Le vite degli altri, 2016

Un universo di uomini e donne di età diverse - vestiti chi di rosso, chi di blu oppure di bianco - ci vive accanto ogni giorno e ogni notte prendendosi cura di noi nel silenzio, senza riflettori puntati addosso o clamori particolari. Ci sono sempre, ma capita di pensarli e di vederli per la prima volta solo nel momento della necessità, dell’urgenza. In quell’incontro fugace scopriamo i loro volti, i loro movimenti rapidi e sicuri, la loro gentilezza, il loro caldo sorriso, le loro voci rassicuranti.

La Croce Rossa Italiana è un micro-cosmo che orbita intorno a noi dal 1864, un ordine planetario di volontari che ha deciso di dedicare parte del loro tempo libero alla cura di persone che si trova-no a vivere momenti di fragilità o situazioni precarie. Nelle loro vite hanno creato uno spazio dedi-cato all’altro, alla cura di chi può trovarsi improvvisamente in difficoltà, offrendogli la loro presenza, anche se solo per il tempo di un soccorso. 

In una società che tende a chiudersi su stessa nel timore dell’altro, i volontari della Croce Rossa Italiana sono figure eroiche, di specie rara, che mettono al centro della loro attenzione le vite degli altri.

 

Come restituire in un’immagine la vocazione e lo spessore di queste persone? La fotografia ha questo potere - rappresentare anche ciò che non è direttamente visibile, che si esprime silenzio-samente dietro i gesti, le azioni, i pensieri?

Oggi l’immagine fotografica sostituisce sempre di più la relazione tra le persone, è diventata un surrogato di presenza, un’estensione dello sguardo pubblico su noi stessi. Il fenomeno generaliz-zato dei selfie ci rivela quanto l’individuo abbia bisogno dello sguardo degli altri per riconoscersi, per sentirsi vivo, visibile al mondo. I social e i media televisivi sono una grande platea virtuale in cui gli altri esistono fugacemente: sono facce che appaiono, scompaiono e ricompaiono continua-mente, lasciando deboli tracce della loro presenza, tutte immateriali. La vita degli altri è diventata puro apparire, una dissociazione della coscienza d’identità, un esporsi al compiacimento dello sguardo dell’altro senza vederlo o guardarlo direttamente negli occhi. 

Questo fenomeno sta cambiando i significati sottesi al ritratto fotografico quale rappresentazione dell’identità, aprendo nuovi scenari sia nella ricerca artistica che nei modelli sociali e di relazione.

Sin dagli albori della sua ricerca Fabio Boni ha indagato la coscienza di sé sotto forma di ritratto, esplorando l’identità contemporanea e il rapporto che oggi le persone intrattengono con la propria immagine fotografica, specialmente quando questa supplisce alla presenza fisica. I grandi ritratti scattati dall’artista a giovani adolescenti, ad anziani, alle comunità locali, a profughi e a immigrati, ai circensi appartengono ad alcune delle sue serie fotografiche più intense, in cui i soggetti non sono genericamente “gli altri” - facce che abitano un mondo lontano, smaterializzato - ma sono corpi e volti la cui presenza marca una qualità dell’anima, percepibile al primo sguardo, per quanto differita nel tempo e nello spazio dell’immagine.

Il volto di un uomo racconta il detto e il non detto, ciò che ha vissuto e quello che ha sognato, le sue azioni. Emozioni, esperienze, ricordi hanno una memoria biologica che plasma il corpo, s’inscrive sulla pelle, illumina gli occhi o li offusca.

Per il progetto dedicato alla Croce Rossa Italiana Fabio Boni ha scelto la dimensione del “doppio sguardo”, della relazione tra soccorritori e assistiti, della vicinanza tra chi aiuta e chi è aiutato, evo-cando l’idea di un incontro di sguardi. Il titolo scelto dall’artista - Vicino a noi - trasmette il valore di una presenza che non si esaurisce dopo il momento del soccorso.

I volontari sono stati ripresi nella sede della Croce Rossa Italiana durante le ore di servizio. Sono tutti ritratti su sfondo rosso, chi a mezzo busto, chi a figura quasi intera. Emanano sicurezza, forza, spirito, come il colore che ne simboleggia l’azione. Alcuni di loro sono giovani, i volti di altri raccon-tano la pienezza di una vita dedicata all’altro. Tutti hanno gli occhi vividi, sinceri, fieri. C’è chi ab-bozza un sorriso aperto al mondo, a chi lo sto guardando attraverso l’obiettivo (l’artista) e a coloro che lo guarderanno in futuro (noi spettatori). 

La loro immagine comunica sia la qualità del loro agire, simboleggiata dalla divisa (un tempo blu, oggi rossa), che l’appartenenza ad un corpo speciale, come l’ordine delle sorelle infermiere risa-lente al 1908, dalle divise differenti per fogge e colori.

Accanto a loro, l’artista ha realizzato una serie di ritratti in bianco e nero a persone soccorse. La loro presenza dà un diverso respiro al progetto, conferendogli un’aura tutta speciale: senza gli uni non ci sono gli altri, e viceversa, in un movimento di sguardi che lasciano immaginare quanta vici-nanza, quanta umanità ci sia tra persone che nella vita s’incontreranno per un attimo più o meno breve portando con sé, sempre, la memoria di una relazione vitale.

Marinella Paderni

 

Senza Maschera, 2010

Fabio Boni è oggi uno dei più importanti ritrattisti italiani. Da quasi vent’anni impegnato nell’indagare il volto umano in chiave sociale-psicologica, ha esordito nel 1993 con “Volti”, un lavoro dedicato ai bambini e agli anziani, i poli estremi della vita e del modo di essere del nostro volto nel tempo: fotografie che oggi assumono un significato simbolico poiché Boni ha successivamente indagato un grande ventaglio di tipi sociali e di età, dagli anziani e le persone di mezza età, sulle quali è tornato ripetutamente, ai profughi, dalle famiglie alle comunità in festa, dai lavoratori di vari ambiti professionali alle più diverse persone nel loro modo di abitare la casa, senza porre differenza tra chi è autoctono e chi è immigrato, dalla gente del circo fino agli adolescenti.

Il modo in cui Fabio Boni affronta il ritratto è straordinariamente schietto, trasparente: il soggetto è proprio lì, a disposizione del nostro sguardo, e mostra il suo volto e la sua identità senza maschera, come certamente senza maschera è il fotografo.

Non è facile, oggi, sciogliere la maschera che copre i volti di noi, stanchi e opachi abitanti di una civiltà nella quale finzione e realtà sono giunti a coincidere tanto perfettamente che non cogliamo più la differenza tra l’una e l’altra, oppure, quando la cogliamo, sembriamo non volerla vedere, trascinati in un gioco incredibilmente più grande di noi. Eppure la chiave di lettura di Boni sta proprio nella pulizia e nella semplicità dell’approccio al soggetto (chi scrive crede profondamente nel fatto che la vera complessità risieda nella semplicità) che si trova, in un certo senso, “costretto” a rivelarsi, a mostrare i suoi veri occhi, la sua vera pelle, l’interiorità e la sua storia insieme personale e sociale che vengono finalmente in superficie.

In questo senso, la fotografia di Fabio Boni può definirsi liberatoria: mostra persone vere. Discendente contemporaneo della rigorosa tradizione del ritratto sociale sanderiano, è fedele da anni a scelte radicali che gli consentono di ridurre a grado zero la posa e l’espressione dei suoi soggetti, lasciati liberi in un atteggiamento spontaneo e diretto, frontale, collocati nel loro reale ambiente di vita o di lavoro, senza alcuna costruzione, oppure fotografati su un semplice fondo bianco.

In questa recente ricerca dedicata agli studenti e agli insegnanti dell’Istituto d’Arte Chierici di Reggio Emilia Boni organizza il lavoro secondo una struttura narrativa chiara ed essenziale: gli insegnanti sono fotografati a figura intera e ambientati negli spazi nei quali lavorano: essi sono se stessi e contemporaneamente rappresentano la scuola; gli oggetti costruiti dai ragazzi sono presentati nella forma di delicati still life che ne mettono in evidenza le strutture e le materie, dunque le capacità di questi giovani; gli studenti sono ritratti su fondo bianco, la ripresa è più ravvicinata, i volti in piena evidenza: sono i protagonisti non solo delle immagini che li riguardano ma anche di tutta la ricerca fotografica svolta in questa scuola.

Questi ragazzi sono adolescenti del terzo millennio e vivono in un’epoca di inedita transizione economica, sociale, culturale, esistenziale. I giovani incarnano la trasformazione. Ecco perché sono soggetti particolarmente interessanti per la fotografia contemporanea, come dimostra l’impegno di molti autori a livello internazionale che agli adolescenti hanno dedicato ricerche importanti. Tra essi vogliamo ricordare, tra gli altri, Rineke Dijkstra, Ellen van Meene, Beat Streuli, Paul Graham, Charles Fréger, Michele Sank o Denise Darzacq , oppure i nostri Paola Di Bello, Donatella Di Cicco, Francesco Zucchetti.

Gli studenti del Chierici fotografati da Boni, nonostante i loro abiti e le loro pettinature siano variegati e definiti da modelli culturali diffusi e massificati (non potrebbe essere diversamente), hanno volti aperti ed espressioni segnate da una straordinaria semplicità ed eccezionalità: l’eccezionalità insopprimibile che ogni individuo porta dentro di sé. Come si diceva: essi sono senza maschera, privati di ogni possibilità di proporsi al fotografo attraverso tentativi di costruzione della propria persona in funzione dell’immagine. Boni infatti non chiede né pose né finzioni: l’impronta documentaria che egli imprime a questi ritratti (che nulla ha a che vedere con la fotografia di studio basata su messe in posa abilmente costruite anche con la complicità della luce, né, tanto meno, con la visione del volto umano che la fotografia di moda e di consumo impone a tanti ritratti di giovani) conferisce trasparenza a queste fisionomie così precise e tuttavia in via di delicata formazione. Se è vero, come è vero, che il mistero del ritratto fotografico si costruisce ogni volta nel rapporto speciale che si instaura tra fotografo e soggetto fotografato per il tramite della macchina, nel caso di questi ritratti pare quasi che la macchina sia stata messa da parte e il fotografo si sia posto in un contatto diretto con questi adolescenti, come in un dialogo gentile e serio, nel quale nessuno gioca un ruolo prefissato, ma, incredibile ma vero, ciascuno si propone in una sorta di verginità.

Roberta Valtorta

 

La Fotografia e oltre, 2009

Fabio Boni è un fotografo della scuola ontologica. Quella scuola che non indaga le facoltà visionarie del mezzo fotografico, ma la sua capacità  di replicare e documentare il reale. Fabio Boni non userà mai la fotografia per creare nuovi mondi, ma per indagare ciò che possiamo vedere nel nostro. Soprattutto ciò che di solito non viene mostrato. Le zone tabù del visibile. Quelle che pochi hanno voglia di guardare, mentre gli altri preferiscono far finta che non esistano. Fabio Boni fotografa uomini e donne vecchissimi di stanza in una casa di riposo, piccoli profughi sahrawi nel deserto, profughi bosniaci e kossovari nel campo di Vidonci. L’entourage del circo Togni. I nuovi metallari al concerto dei Korn. Le bionde della Festa dell’Unità. Le diverse generazioni di un piccolo paese vicino alla riviera. Con un’attenzione particolare per l’interazione fra l’uomo e il suo ambiente. Fabio Boni usa l’arte come strumento di indagine sul reale, come vettore di movimento, come “pretesto” per entrare nelle periferie del mondo.  Ci sono  sempre degli intermediari che lo accompagnano, dalle infermiere della casa di riposo, ai galleristi dei Magazzini Criminali, agli operatori delle associazioni umanitarie in Algeria e nei Balcani. Per comporre un discorso artistico aperto, coinvolgente, corale. Le fotografie di Fabio Boni ci parlano in ideogrammi composti da occhiate, postura, segni del corpo. Ma la loro peculiarità è lo sguardo in macchina, tipico del ritratto. Lo sguardo in macchina fa passare qualcosa che nessuno riesce a controllare, né il soggetto, né il fotografo, né lo spettatore. L’immagine viene perforata, e lo show si interrompe per fare posto alla vita.

Luiza Samanda Turrini

 

Suburbia, 2004

Fabio Boni ha fotografato le persone straniere che trascorrono il loro tempo libero ai giardini pubblici di Reggio Emilia. Dal titolo del lavoro, In centro, si capisce come un luogo, situato geograficamente nel cuore della città, possa essere considerato periferia per le dinamiche che in esso si svolgono. E’ interessante scoprire come i giardini pubblici, luogo generalmente considerato punto di ritrovo nelle città, sia diventato occasione d’incontro per le persone straniere che da alcuni anni vivono e lavorano a Reggio Emilia.

L’obiettivo di Boni non vuole essere la realizzazione di un’indagine sociale sulle diverse razze extraeuropee o sulla criminalità straniera, sempre più spesso oggetto dell’informazione televisiva e dei giornali, ma una documentazione il più possibile neutra su una situazione che diventa quotidiana e normale. Le fotografie non sono, infatti, immagini rubate, ma il frutto di un incontro dove il soggetto ripreso è pienamente consapevole di essere fotografato. Come in altri lavori, anche qui, Boni utilizza il ritratto fotografico come scambio tra chi osserva e chi è osservato. Alcune delle immagini in mostra raffigurano persone sedute sulle panchine, utilizzate non per riposarsi ma semplicemente per trascorrere il tempo. Questo concetto d’attesa, del tempo che viene lasciato scorrere giorno dopo giorno, lo ritroviamo anche nel progetto Vidonci dove, in un campo profughi sloveno, interi nuclei famigliari sono fotografati sulle panchine del campo di accoglienza dove passano intere giornate. Un’altra analogia che avvicina i due lavori, è l’alternanza tra i ritratti e immagini di verde, fronde di alberi colpite dalla luce primaverile. Lo sguardo del fotografo arriva, così, a coincidere con quello delle persone che vivono in un determinato luogo, aggiungendo particolari geografici che scandiscono e disegnano lo spazio fisico e lo spazio espositivo.

Lavorare ai giardini pubblici ha comportato qualche difficoltà, molte persone, infatti, non avevano piacere di essere fotografate, per paura, per scarsa conoscenza della lingua italiana, per semplice, ma motivata, diffidenza nei confronti di uno sconosciuto. Questo fatto sottolinea come, in realtà, non sia ancora avvenuta una integrazione tra noi e le diverse etnie che vivono nelle nostre città.

Elisa Mezzetti

 

Canto dell'antenato, 2003

Parlami che

io ascolto parlami che

mi metto seduta e ascolto

metto una mano sull’altra

parlami e ascolto

Mariangela Gualtieri, Antenata

Dentro ai luoghi antenati di suprema radianza -fatti di chiarità senza piu’ scorie- tutto diviene risplendente, spiumante a delicatezze, compassionevole. Suo il canto sibilante di fiori, famiglie meravigliate di pietre che si accordano, sua la grazia della legge piu’ arcana. Il tocco della gioia, della mansueta bestiola che si posa nella visione. Come il fiorire della pioggia, quando si sottomette alla piu’ tiepida rugiada.

Poco importa da dove.

Suoi gli occhi. Sua l’andatura dello scorrere. Perchè si attende ancora la buona sorte, il brodo attorno al fuoco, il cuore caldo, la riappacificazione, tutto il rancore da sciogliere, tutto il dolore da sciogliere, senza corone, senza le palme in maestà, magari con le sarde, con la polenta, magari con la tombola, a fare festa nella stalla, dentro un girotondo, dentro a un’impresa, a una strampaleria, dentro a una processione coi baldacchini che in fondo, poi, non ha da chieder niente.

Sentire che si cambia e restare in disparte, coi rami tra le dita e i fiori secchi, dove si addice il tempo delle consolazioni. Le canzonette e i glicini per pensare e pregare.

Beato colui che chiede di aver quello che ha già, quello che già gli basta.

La protezione della terra, il ventopioggia, la levità di una carezza d’amore. Lo spirito di una bestemmia che sputa gli uccelli dalle rovine delle cicatrici, beato il mestiere delle levatrici. E il bandito dell’ombra, le ombre del lupo mannaro, le storie dei matti di paese, le sedie di plastica sfilacciate, le tendine coi fronzoli della sera che friggono quando si passa, le bibite fresche di una calura che non ha giudizio, le carte scalate sui tavolini, l’ozio sulle panchine. Se guardi meglio, senti le briciole dei passerotti, la buccia dei mandarini dentro le stufe di ghisa, i cumuli di neve nel tonfo dell’inverno secco, le gite di primavera, i bimbi che mangiano il gelato sull’altalena, i bimbi che giocano a pallone, l’afrore delle scatole da scarpe, di soffritto avanzato, i tini e la vendemmia, il ronzìo del moscone. E il maestro di scuola elementare, e il maestro del dire essenziale. Il suo rigore, la sua indiscussa autorità.

Beato il canto della durata, della continuità, l’ebbrezza incalcolabile del vivere con poco, là dove il prima era anche un dopo e il dopo ci sarà sempre e c’è già stato, anche prima di sempre. Dentro allo sguardo del tempo piu’ inconsumabile.

Beato il niente, la pura nientità.

Beata la bontà senza clamore, senza declamazione, dentro a una cittadinanza contadina, a una contadinanza. Beate le mani impastate di farina o d’olio grasso, le mani millenarie, il rombo dei motori la domenica mattina, l’odore di gatto, di zolle sporche di radici, di camicie stirate a fresco, di pavimenti tirati a lucido; l’odore di sorrisi a pirata, di ripostigli, di nascondigli, di muffa da sonnecchiare, di tegami. L’odore dell’odore. Ventosa impermanenza, luccicanza.

Beata ricomincianza dei primordi.

Agli occhi di Fabio. Alla bellezza fatta di commozione.

Al sentimento della normalità.

Paola Goretti

 

La misura del Mondo, 2003

Il titolo che Fabio Boni ha attribuito al lavoro fotografico realizzato a Montefiore, ‘La misura del tempo’, contiene interamente il senso del suo impegno di autore, ben oltre il lavoro stesso. Da che Boni ha iniziato ad allenare il suo sguardo grazie alla mediazione della macchina fotografica, ciò che mi colpisce è la capacità di osservare naturalmente lo sguardo altrui, di mettersi naturalmente in relazione con chi si presta ad essere osservato. Ogni volta che mi trovo a guardare le sue immagini ho la sensazione di stare davvero in una relazione privilegiata con il mondo, come se l’obiettivo della macchina fotografica fosse solamente il tramite tra la disposizione positiva di chi viene osservato e la benevolenza curiosa di chi fotografa. In questo caso, le immagini che raccontano il susseguirsi delle generazioni, al maschile e al femminile, rappresentano un percorso esemplare della precisazione di una identità, (ma anche quelle che raccontano le relazioni tra i gruppi, le famiglie, o lo spazio condiviso…)

Il bimbo, che indugia con lo sguardo e si sottrae all’incontro, ancora ‘neutro’, anche grazie alla maglietta bianca, e poi il padre, il nonno, il bisnonno, che via via si definiscono, sia nell’abito che nel viso, fino ad una compiutezza fatta di segni, di sovrapposizioni, di stratificazioni – la maglietta, la camicia, il golf, ma anche i segni della vita, rimarcati dall’intensità di uno sguardo stretto e forse un po’ in allarme. E invece le donne, che fin dall’infanzia intrattengono un rapporto diretto con l’altro, lo guardano con disincanto, senza timori, senza diffidenza, abituate all’indulgenza, grazie ad una consapevolezza millenaria. Le due serie di immagini, come archetipi di tutti gli uomini e di tutte le donne, ma anche, esattamente, quegli uomini e quelle donne… Le immagini di Fabio Boni, più di quelle di altri autori, non muovono in me una riflessione sulla fotografia, ma costituiscono il tramite per una riflessione sulla natura umana. Il suo sguardo va oltre; la fotografia non è solamente la costante ricerca della definizione di un linguaggio coerente al senso, ma rappresenta la necessità di osservare l’uomo, lui sì, unità di misura del mondo.

Credo che occorra una capacità speciale per ‘vedere’ l’altro, molto diversa dal più semplice esercizio di guardare; qualcosa che ha a che fare con l’assenza di pregiudizio, con la capacità di riconoscere in ciascuno il valore profondo della sua unicità. La fotografia racconta sempre molto più del soggetto che rappresenta, anzi, di solito il soggetto si fa pretesto di altro, ma certamente, già la scelta del soggetto, contiene una più generale attribuzione di priorità. Chi opera con l’immagine ha a disposizione una infinita quantità di opzioni; l’uomo, anche se appare il soggetto più prossimo, rappresenta, credo, il terreno più difficile su cui confrontarsi. Il mondo intero può essere oggetto di riflessione, può essere piegato alla propria visione perché si mostra quale materia sostanzialmente inerte.

L’uomo no. L’uomo sfida, aggredisce, seduce, usa più frequentemente la maschera che il volto, agisce sé stesso nella relazione, talvolta inconsapevolmente; la relazione non è, per definizione, univoca. Fabio Boni riesce a passare indenne tra le asperità delle relazioni, a bypassare ciò che di oscuro può nascondere uno sguardo, a mettersi ‘ad altezza d’uomo’, a raccontare ciascuno nella sua identità e nella sua complessità.

Mara Campana

 

Fabio Boni, 2001

La bellezza possiede ancora oggi la forza di meravigliarci.

Di generare emozioni, ricordi, di dare un senso al vissuto. Il virtuale seduce, affascina ed incuriosisce, ma non meraviglia, non l’ha mai fatto. Ricercare la bellezza non é un atto puramente estetico, nasce da un’idea, da una visione e da un sentimento: é prima di tutto un gesto artistico. La bellezza si manifesta ogni giorno (come altrettanto fa il suo opposto complementare, la crudeltà), si vorrebbe poterla trattenere e possedere, guardarla a distanza ravvicinata, a volte carpirne il suo significato effimero. Fabio Boni ce ne offre l’occasione. La sua mostra dal titolo “ Il cibo, l’amore, la fortuna” presso il Chiostro Grande della Ghiara a Reggio Emilia é una raccolta di sguardi fotografici sull’universo dei nostri comportamenti sociali, sul loro spessore culturale e storico, sulle forme più istintuali del nostro relazionarci. 40 fotografie a colori e un’opera video ritualizzano i diversi momenti di una serata trascorsa ad una festa in Emilia (la festa dell’Unità), con i suoi simboli e suoi segni, scandita da codici comportamentali antichi quanto il significato stesso di festa e carica di un vissuto storico particolare per quella ragione. Sono immagini colte quando la bellezza di un evento si rivela ai nostri occhi nella sua portata catartica di rito e di incontro. L’artista é incuriosito dalle persone che animano la festa con le loro storie individuali e collettive.

Boni le ritrae mentre danzano, mentre mangiano, mentre vivono la festa nei suoi momenti d’intrattenimento (gli spettacoli di ballerini, la lotteria con la vincita delle piante) oppure le ferma e le fotografa a coppie in posa. Sono giovani, vecchi, bambini, sono le persone che lavorano all’interno della festa. Lo stile del suo lavoro é documentaristico, pulito ed essenziale, ma l’attenzione particolare sulle fisionomie, sugli sguardi, sui gesti e sui comportamenti rivela quanta bellezza esista in quei gesti generati dall’evento, in quei valori ancestrali che regolano la nostra vita, la nostra quotidianità.

Marinella Paderni

 

Il cibo, l'amore, la fortuna, 2000

In questa recente ricerca fotografica dedicata alle persone che animano con la loro presenza questa piccola festa dell’Unità di ambiente emiliano, Fabio Boni sviluppa un nuovo capitolo del lavoro di ritrattista che da anni lo impegna.

Unisce ritratti in posa - significa ritratti a persone che sanno di essere fotografate e accettano di porsi coscientemente davanti all’obiettivo - e ritratti scattati senza che i soggetti posino per lui - significa dunque volti e figure di persone riprese a loro insaputa , mentre ballano, mangiano, si muovono negli ambienti della festa.

Da un lato le figure si definiscono contro precisi fondali, bianchi o decorati con un infantile tenero disegno di fiori in un vaso, dall’altro sono inserite nell’ambiente vivo nel quale si trovano.

Giovani, vecchi, bambini, coppie danzanti e gruppi, ballerini, gente, donne con una pianta fra le mani conquistata giocando vengono fissati secondo i canoni del nuovo stile documentario che caratterizza il lavoro di Boni, siano essi in posa o meno.

Il fotografo ripulisce le immagini da elementi narrativi superflui, non fa del reportage, non cerca di raccontare storie ne tanto meno aneddoti: é invece molto più concentrato sulle fisionomie, sui gesti delle persone, sugli sguardi e i comportamenti.

Le fotografie di Boni sono quotidiane e insieme speciali, cosi’ come é una festa popolare.

Popolare, si diceva di questo tipo di feste cosi’ profondamente entrate nella vita dei paesi e delle città italiane, eredi, pare, di antiche feste di piazza nate durante la Rivoluzione Francese e divenute protagoniste della cultura democratica e del costume italiano per cosi’ tanti anni, per mezzo secolo. Oggi che la vita muta, muta la cultura, il vento veloce della storia ci spinge avanti, e mille diverse feste nascono, dalle discoteche, dai mass media e dalla tecnologia stessa, o, ancora, dal non più cosciente ma forse sempre vivo bisogno di appartenenza che ancora esiste in noi esseri sradicati dalla storia, oggi, dunque, che significato ha una piccola festa dell’Unità di paese? Chi sono esattamente le persone che Boni ha ritratto? E’ l’essenzialità e la positività del suo metodo di fotografo a darci una risposta: questa festa é quello che é, questi volti sono quello che sono, oggi. Nulla di spettacolare in queste immagini, ma solo elementi di realtà. Domani, certamente, queste fotografie saranno un segno importante di una civiltà in profonda trasformazione.

Queste persone, si diceva, sono a volte in posa, coscienti di essere fotografate, e a volte no. Come é, forse, oggi, la partecipazione alle feste dell’Unità da parte della gente: più o meno cosciente, più o meno carica di consapevolezza politica, sociale, culturale, più o meno ricca di convinzione. Però, ci dice Boni, una festa é sempre una festa, e va rispettata e amata, con semplicità, come importante e sempre vero momento di vita e di esistenza.

Roberta Valtorta

 

Nel tempo di una guerra, 1999

La cosa peggiore è che anche la guerra diventi un’abitudine televisiva, e come tale si esaurisca in un’emozione rapida, da consumarsi in fretta.

La realtà di una guerra va ben oltre il tempo delle notizie, a cui ormai siamo assuefatti.

La realtà di una guerra s’inscrive nella carne viva di chi la subisce, di chi l’ha vissuta. Non è qualcosa che si dimentica, è un segno che rimane sulla pelle, nel corpo, nel modo di guardare al futuro, o ai propri ricordi.

E naturalmente non parlo solo di eventuali ferite, mutilazioni fisiche. Perché spesso la guerra, come abbiamo visto, porta pure alla mutilazione dell’esilio, all’abbandono della propria terra, e ciò è ancor più drammatico se pensiamo che a spostarsi sono soprattutto masse di contadini, non nevrotici abitatori di città. In fondo queste masse di spossessati sono sempre le stesse, “gli strumenti con cui i grandi guerrieri e i re hanno fatto il loro feroce lavoro nel mondo”, come diceva Stanley Kubrick in un suo film.

Ma naturalmente questi strumenti hanno anche un volto, una storia che ci deve riguardare e che per loro rimarrà legata alla guerra in un vincolo perpetuo, ineliminabile. Perché per loro ci sarà sempre un prima e dopo la guerra e sarà perciò la guerra a marcare e scandire la durata della loro vita.

Queste fotografie sono state scattate qualche anno fa da Fabio Boni, che era andato in un campo profughi in Slovenia dove c’era gente che scappava dalla guerra di Bosnia, in una guerra mai più finita e che si è solo spostata, allargandosi ad altre regioni e coinvolgendo sempre più paesi, come ben sappiamo.

Queste non sono perciò delle foto di “attualità”. Ma bisogna ricordare che la guerra non vive nel tempo dell’attualità, ha una durata diversa, che in genere le notizie non sanno cogliere, spesso riducendosi di fatto a semplici bollettini militari. Come se la guerra potesse riguardare gli esperti della guerra, che è un ulteriore effetto della mostruosità della guerra stessa.

Le foto di Fabio Boni hanno un vantaggio rispetto ai reportage che in genere troviamo sulla stampa o nelle immagini della televisione. Queste non sono immagini “strappate” alle vittime della guerra, non cercano lo scoop sensazionalistico o orrifico, come se anche le immagini della sofferenza, potessero essere un bottino di guerra, da esibire quasi come un trofeo. Le persone che sono state qui fotografate si sono messe in posa, come si faceva una volta, davanti a una macchina fotografica che non voleva sorprenderli ma semplicemente ritrarli, nella posa che liberamente volevano scegliersi.

Fra l’altro le foto sono in polaroid, fatte con un sistema che però ha il vantaggio di conservare un negativo riproducibile, e comunque la stampa originale è stata giustamente regalata ai protagonisti di questi ritratti, che hanno scelto di raccontarsi per un attimo posando davanti all’obbiettivo.

Il rispetto e l’attenzione per l’altro, a cui queste foto sanno tener fede, dovrebbero ricordarci che, quando ci troviamo davanti a immagini che vogliono raccontarci la guerra, quelle che vediamo sono appunto delle immagini, e non possono esaurire la conoscenza di una realtà che richiederebbe invece attenzione, sensibilità, voglia di capire, di non fermarsi solo alle prime impressioni e alle notizie, che fra l’altro in guerra si riducono spesso, inevitabilmente, a pura propaganda.

Credo che sia ampiamente condivisibile l’ammonimento che lo scrittore Peter Handke ha messo a introduzione di un bel libro in cui racconta un suo viaggio al’interno di n paese belligerante, la Serbia, fatto senza pregiudizi solo per cercare di capire e descrivere ciò che vedeva, non tanto per andare a caccia di notizie o di conferme di notizie già confezionate dai mezzi d’informazione. Il titolo del libro è “Un viaggio d’inverno, ovvero giustizia per la Serbia” (Einaudi 1996) e Handke a un certo punto avverte: “Cosa si può sapere là dove una partecipazione è solo (tele)visiva? Cosa si sa là dove si possiede un sapere a base di internet e online, privo di qualsiasi sapere effettivo, che può nascere solo dall’imparare, guardare e imparare?

Cosa sa chi al posto di un fatto si trova davanti unicamente all’immagine dello stesso, o, come nei notiziari televisivi, a uno stenogramma dell’immagine, o, come nel mondo della rete informatica, allo stenogramma di uno stenogramma?”

Insomma ogni immagine della guerra non può mai esaurire la conoscenza della guerra stessa, e dovrebbe anzi spingere a compiere quel difficile e continuo esercizio dell’imparare, guardare e imparare, come suggerisce Handke, che non si può cristallizzare in nessuna immagine, in nessuna notizia, ma se mai evocare connessioni, suggerire memorie e riflessioni.

Le emozioni che proviamo davanti a certe immagini, a certe notizie, dovrebbero indurci al dovere di conoscere, di cercare di capire ben oltre il tempo delle notizie a cui troppo spesso affidiamo la nostra conoscenza del mondo, anche di ciò che avviene sotto casa nostra.

Giorgio Messori

 

Come un bicchiere di vino dolce, 1994

Base teorica del ritratto fotografico è la qualità del rapporto tra fotografo e soggetto, più esattamente la coincidenza fra i desideri espressivi del fotografo e il grado di accettazione del soggetto. Gli abitanti dell’America, cioè gli indiani, e molti popoli dell’Asia e dell’Africa rifiutavano originariamente di essere fotografati, negavano la cessione della propria immagine, di se stessi, a quella macchina europea, e, insieme all’uomo che la manovrava: insieme all’effige, anche lo spirito, l’identità stessa dell’individuo sarebbe stata rapita. Il rischio della perdita della propria identità nel delicato passaggio da esistenza reale a esistenza fotografica resta un problema vivo ancora oggi, intatto nei suoi significati profondi. Esso ancora oggi è ancora per noi – uomini dell’industrialesimo maturo e già fatiscente, circondati di immagini di ogni genere, incalliti a rappresentazioni di ogni tipo e di ogni cosa, il nostro volto compreso – resiste e in rari casi si annulla davvero.

Non è dato all’uomo vedere il proprio volto, e l’immagine dello specchio si avvicina solo allo scopo, ma lo fallisce: in essa noi troviamo la rappresentazione appunto speculare di noi stessi, e non quella di “normale”. Accade così che la sola disponibilità di cui disponiamo per guardare in faccia noi stessi, in un dato punto della nostra esistenza, sia proprio il ritratto fotografico. E’ un problema sottile. Se non si tratta di autoritratto – che, pure, è una forma assai conflittuale di espressione – improvvise e antiche questioni di libertà e di violazione affiorano e penetrano il rapporto tra fotografo e soggetto. Esse cadono solo nei casi in cui fra essi si instauri una sorta di stato di pace, una condizione che possa togliere l’allarme, che dica che intanto la vita continua. Nei ritratti di Fabio Boni la vita continua. Catalogazione rispettosa e “naturale”, l’operazione di Boni si è inserita nel normale flusso delle esistenze all’interno della Casa Protetta Cialdini di Modena. Il fotografo ha scelto alcuni momenti di festa e ha collocato la macchina e il semplice set in un punto. Questo punto è diventato una piccola calamita per l’attenzione spontanea degli anziani ospiti della casa, del personale, dei parenti in visita: una specialità della festa, come il teatro dei burattini di quella volta o il venditore di zucchero filato, così bianco e così leggero.

Perché non partecipare se non vi è la libertà di farlo? Il fotografo consegna immediatamente l’immagine a ognuno, e così le fotografie si possono guardare subito, confrontare, commentare. Il ricordo non si fa aspettare, è subiti lì, è parte della vita stessa, come un bicchiere di vino dolce: lo bevo, e poi respiro e la vita continua, non è successo nulla che possa intaccare le ragioni profonde della mia identità. Nessuno mi costringe ad una posa – quando mi metto in posa di solito vengo male – nessuno mi dice “sorrida” – io sorrido se ne ho voglia – posso mettermi io solo davanti alla camera oppure tenermi vicino un amico, anche per mano, oppure mia figlia o l’infermiere, posso, se voglio, affacciarmi dentro la fotografia di un altro, mettere il braccio sulla spalla di qualcuno, “insieme”, posso portare con me l’amico che sta sulla sedia a rotelle – facciamo le foto insieme. Il vestito va bene, perché è quello dei giorni di festa – la collana, no - io nei giorni di festa mi vesto come tutti gli altri giorni. E’ una festa, e quando è festa ci si diverte, ognuno a modo suo, anche quelli antipatici si divertono. C’è anche un fotografo. In un secondo tempo il fotografo dai negativi realizzati trarrà ulteriori immagini per la sua raccolta, per la definizione dell’identità di un luogo, di una comunità.

Come Edward Curtis all’inizio del secolo operò maestosamente sugli indiani seguendo l’imperativo di strappare la loro immagine all’oblio della storia, come Sander lavorò sistematicamente sulla società tedesca prenazista presagendo la fine di un’epoca e l’arrivo di una catastrofe, Boni sente l’urgenza di attuare una sua catalogazione di determinati tipi umani all’interno di un preciso contesto sociale in un momento storico dato: gli anziani in una casa protetta oggi. E’ importantissimo fotografare gli anziani oggi, e il lavoro di Boni è di grande valore e attualità. I loro volti rappresentano, lo sappiamo, il sentimento della storia che andiamo perdendo nella velocità che ci attraversa e ci vince. Per questo sono, sempre, bellissimi.

Roberta Valtorta 

 

Guardare in faccia un volto, 1993

Nell'infinità di serial e telenovelas che occupano gli schermi televisivi, non si fanno che vedere delle facce. Basta balzare da un canale all'altro che subito abbiamo primi piani di facce simpatiche, antipatiche, tradite o che intrigano, facce innocenti o cattive, preoccupate e perplesse. La cosa strana è che queste facce pare che non abbiano un vero volto, e che siano invece delle maschere, delle espressioni impietrite in volti che vogliono semplicemente orientare le nostre preferenze verso questo o quel personaggio. Il fatto è che le facce che vediamo in TV non raccontano nulla, servono solo a illustrare, in quanto figure, quella grande simulazione di sentimenti che riesce a ipnotizzare le solitudini domestiche che costellano la nostra convivenza umana, sempre più ridotta al fioco lumicino di un televisore acceso. Se la televisione avesse davvero degli occhi, e non fosse questo gioco ipnotico che ci vuole dominare tutti, forse potrebbe guardare nel volto di chi la guarda, e raccontare altre storie. Ma credo che questo sia un sogno in cui la televisione non c'entra, e probabilmente non dovrebbe esistere nemmeno.

Allora che continui pure a stordirci con queste facce aliene, a cui si pretenderebbe che somigliassimo tutti. Mi sembra che le facce che ritrae Fabio Boni non abbiano invece nulla di televisivo o pubblicitario, ma siano facce che hanno la dignità di un volto, qualcosa che si guarda con la sensazione di poter entrare in una storia. Non in una storia prefigurata, ma proprio in una storia vera, o possibile. Infatti non sono figure, sono soltanto persone, e il loro volto non s'irrigidisce mai in un'espressione, in una ricerca di particolari effetti. Questo risultato potrebbe essere dovuto anche al fatto che Fabio Boni non è una persona aggressiva e per comunicare, come si sa, si devono sempre incontrare due sguardi, anche se dietro la lente di un obiettivo.

Così Fabio, ad esempio, è stato tre giorni in una scuola materna prima di mettere i bambini davanti davanti alla sua macchina. Voleva che fotografare fosse un gioco affettuoso, e perciò prima bisognava conoscersi, fidarsi l'uno dell'altro. Anche se poi i bambini cadono più dei vecchi nella tentazione di fare le facce. Ciò che colpisce nei volti dei vecchi, che Fabio ha fotografato alla festa della loro casa di riposo, è invece la perfetta naturalezza con cui si mettono in posa. Forse perché non sono preoccupati di mostrare più nulla. E non devono più fare nessuna faccia. Si dice che uno dopo i quarant'anni è responsabile della faccia che ha. Nel senso che sul volto si disegna qualcosa che va al di là di una qualità naturale. E' qualcosa che può appartenere soltanto alla storia di un uomo. Per questo nei volti di questi vecchi, che trovo di una strana bellezza, è sempre possibile intravvedere una storia irripetibile, e nell'immaginare questa storia accorgersi semplicemente che esistono gli altri, che è poi il modo più giusto per cominciare a pensare una convivenza diversa.

Giorgio Messori